Questa mattina, 3 aprile, nella Basilica di Santa Maria degli Angeli in Porziuncola, si è celebrato l’Ufficio delle Letture del Venerdì Santo. In un clima di silenzio e preghiera, i fedeli si sono raccolti per entrare nel mistero della Passione del Signore, lasciandosi guidare dalla riflessione di Fra Gianluca Busonera nel significato di un giorno di contemplazione amorosa del sacrificio di Cristo, cuore della fede cristiana.
La croce come amore che prende su di sé il dolore
Il punto di partenza della meditazione è stato il significato del sacrificio: non come sofferenza fine a sé stessa, ma come atto d’amore che si fa carico dell’altro. Fra Gianluca ha invitato a comprendere la croce come partecipazione al dolore altrui, fino a liberarlo.
“La croce potrebbe dire: prendere su di sé la sofferenza di un altro, finché l’altro non soffre più”. In questa luce, la Passione di Cristo diventa il paradigma di ogni amore autentico, capace di donarsi senza misura.
Il passaggio dalla morte alla vita
La croce non è il punto finale, ma un passaggio: dalla morte alla vita, dal tempo all’eternità. Richiamando Sant’Agostino, nella sua riflessione Fra Gianluca ha sottolineato il mistero pasquale come transito salvifico.
“La morte è diventata un passaggio a ciò che non passa”: Cristo, innalzato sulla croce, è già nella gloria del Padre e attira tutti a sé, e la sua elevazione è contemporaneamente abbassamento e glorificazione, amore che salva.
“Oggi possiamo stare davanti a Lui in completa verità, senza difendere nulla”, ha continuato. La liturgia del Venerdì Santo, con i suoi segni di spogliazione e silenzio, diventa immagine della condizione umana davanti a Dio. È il tempo della verità, senza difese né maschere. Proprio nella fragilità e nella povertà interiore, Dio può operare ciò che è impossibile all’uomo, rendendo questo giorno un tempo favorevole di grazia.
Credere nel Crocifisso e condividere la croce
Il culmine della riflessione è stato l’invito alla fede e alla conversione del cuore. La croce non è un simbolo di sconfitta, ma il trono dell’amore da cui scaturisce la salvezza. “La croce non è un simbolo di sfortuna, ma trono d’amore da cui ci proviene la salvezza”. Credere, allora, significa affidarsi a Cristo senza auto-giustificazioni e imparare a portare non solo la propria croce, ma anche quella degli altri: “Se aiuto a portare la croce dell’altro, anche la mia diventa più leggera.”
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