Questa mattina, presso la Basilica di Santa Maria degli Angeli, si è tenuto il terzo e ultimo appuntamento del ciclo di meditazioni del Triduo Pasquale durante l’Ufficio delle Letture. A guidare la riflessione è stato Fra Gabriele Rocchi, che ha accompagnato i fedeli nel mistero del Sabato Santo, il giorno del silenzio e dell’apparente assenza di Dio.
Dopo l’intensità drammatica dei giorni precedenti, la meditazione si è concentrata su quella dimensione sospesa e spoglia che segue il dolore: «Dopo il dramma di ieri, oggi è il silenzio. E funziona sempre così». Un silenzio che non è vuoto, ma carico di tensione e di interrogativi, nel quale l’uomo sperimenta tutta la propria fragilità e, al tempo stesso, una sorprendente capacità di resistenza. Fra Gabriele ha descritto con forza il paradosso del Sabato Santo: il tempo in cui le promesse sembrano smentite dai fatti. «Oggi il sepolcro è pieno», ha affermato, sottolineando come, agli occhi dell’uomo, «oggi il male ha ragione». È il momento in cui la speranza appare sepolta insieme a Cristo: «Tutte quelle speranze che avevamo, dove sono finite? Nella tomba».
La riflessione ha insistito su questa esperienza universale: il sentirsi davanti a un sepolcro chiuso, senza comprendere l’opera nascosta di Dio. «Noi vediamo un sepolcro chiuso. Non sappiamo quello che sta succedendo dentro». In queste parole emerge il cuore teologico del Sabato Santo: Dio opera nel nascondimento, mentre l’uomo percepisce solo il silenzio.
Di fronte a questo mistero, il frate ha delineato tre possibili atteggiamenti. Il primo è la ribellione: «Possiamo starci arrabbiati», tentando di forzare i tempi di Dio. Il secondo è l’abbandono: «Quante volte ci siamo allontanati perché non ce la facevamo più». Ma esiste una terza via, quella propriamente cristiana: la speranza che persevera nel silenzio.
«Stare di fronte a questo sepolcro facendo memoria di tutte le parole che ci sono state dette», ha spiegato, indicando nella memoria della Parola di Dio il fondamento della fede. Una speranza che non è evasione, ma attesa fiduciosa: «Sapendo che non so come e non so quando quel sepolcro si aprirà». Richiamando la profezia di Ezechiele, Fra Gabriele ha ricordato che l’esperienza della fede diventa personale quando Dio interviene nella concretezza della vita: «Io scoprirò che Dio è il mio Dio quando aprirà i miei sepolcri». Non si tratta di un’idea astratta, ma di un’esperienza vissuta, capace di ridare vita a ciò che è morto dentro l’uomo.
La meditazione si è conclusa con un invito accorato a riaccendere la speranza proprio nelle zone più oscure del cuore: «Ce l’abbiamo tutti un sepolcro in cui Dio non ha ancora preso possesso». È lì che la Parola deve entrare, per risvegliare il desiderio di una vita piena.
Nel silenzio del Sabato Santo, dunque, la Chiesa è chiamata a sostare, a ricordare e ad attendere. Perché, come ha concluso Fra Gabriele, «c’è una promessa di un Dio che è fedele: non finirà dentro questo sepolcro». Una promessa che, proprio nel buio, comincia già a germogliare come luce pasquale.
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