Il 19 ottobre si celebra la 99ª Giornata Missionaria Mondiale, occasione in cui la Chiesa universale rinnova il suo mandato evangelico e durante la quale “tutta la Chiesa si unisce in preghiera per i missionari e per la fecondità del loro lavoro apostolico” – come ha detto Papa Leone XIV nel suo videomessaggio dedicato all’apertura dell’evento.
L’urgenza della missione non è solo nei Paesi lontani, ma si manifesta con forza nelle nostre città e nei nostri quartieri, dove la fede è spesso sopita, imprigionata nel tiepido e nell’indifferenza.
A incarnare questo spirito missionario “di prossimità” è fr. Alfio Pietro Vespoli, responsabile delle Missioni al Popolo della Provincia Serafica di San Francesco. Con lui abbiamo parlato del significato dell’essere missionari oggi e del lavoro silenzioso ma potente che i frati portano avanti tra le persone comuni, là dove la fede attende solo di essere risvegliata.
Fr. Alfio, la Giornata Missionaria Mondiale invita ogni anno a riscoprire il senso della missione. Cosa significa oggi, per la Chiesa e per voi frati, “essere missionari”?
«Essere missionari – risponde fr. Alfio – è parte costitutiva della vita cristiana: non è un’attività in più, ma il suo compimento. La Chiesa, come ricordava il Concilio Vaticano II, è per sua natura missionaria, perché la vita stessa di Gesù è una missione: rivelare il volto del Padre, dire al mondo che non siamo soli.
In un mondo sempre più connesso ma profondamente solo, la missione è ancora più necessaria. Il senso della nostra missione da frati, come ci ricorda San Francesco, è proprio questo: stare tra le persone, permettere loro di fare l’esperienza di sentirsi cercate e raggiunte personalmente. È un’esperienza spirituale profondissima, che tocca il cuore e restituisce alle persone il senso della vicinanza di Dio».

Sei il responsabile delle “Missioni al Popolo”, un’esperienza che non si svolge in terre lontane ma proprio dentro le nostre comunità. Da dove nasce questa esigenza?
«Sono dieci anni che svolgo questo servizio – spiega – e in effetti c’è ancora un po’ l’equivoco che “la missione” riguardi solo l’Africa o i Paesi non cristiani… oggi la sfida è diversa: aiutare le nostre comunità a trasmettere la fede, non solo a nutrirla».
«Grazie a Papa Francesco in modo particolare, ma anche un po’ prima di lui, si era cominciato a sentire l’esigenza di vivere ogni cosa, tutta l’azione pastorale, con una postura missionaria: tutto in chiave di annuncio del Vangelo, anche le cose ordinarie. Per cui le nostre missioni nelle parrocchie, nelle comunità, nelle diocesi, hanno questo fine: quello di aiutare a ritrovare la spinta missionaria verso chi non frequenta più, verso chi è “cristiano solo sui registri”, ma non nella vita».
«Questa è allora la vera “trasformazione missionaria”: accompagnare le comunità perché siano capaci di trasmettere la fede a chi non ce l’ha o a chi per qualsiasi motivo ha lasciato la vita cristiana. Non basta mantenere la fede di pochi, occorre condividerla con chi l’ha smarrita».
Chi vi chiama e vi accoglie nelle missioni? Sono parrocchie, diocesi, gruppi? E a chi vi rivolgete?
«Di solito ci chiamano i parroci o le comunità che sentono il bisogno di aprirsi, di raggiungere chi è fuori. Le nostre missioni si rivolgono a tutti: bambini, giovani, adulti, anziani, famiglie. Ogni età e ogni condizione di vita possono diventare luoghi di annuncio».
Durante le missioni, i frati non si chiudono nelle chiese: «Stiamo per strada, nei luoghi di lavoro, nelle scuole, davanti ai supermercati, perfino nelle discoteche. Una volta – racconta – un uomo anziano ci vide fuori da un supermercato, prese un volantino e, qualche giorno dopo, venne in parrocchia. Si confessò dopo molti anni e disse: “Quando vi ho visti, ho sentito che era Gesù che mi cercava”. Ecco, questo è il senso profondo della missione: far sentire alle persone che Dio non si è dimenticato di loro».
Oggi sembra che molti si siano allontanati dalla fede. Qual è, secondo te, il pregiudizio più grande che incontrate?
«Il più grande è proprio questo: pensare che la fede non serva alla vita, che sia una cosa a parte, distante dai problemi concreti. Ma non è così. La nostra società non è davvero lontana dalla fede: è piena di domande di senso, di desiderio di comunione. Il Covid ci ha ricordato quanto bisogno abbiamo di trovare significato. La missione serve a ricucire quel legame, a dire che la fede non è fuori dalla vita, ma ne è la parte più vera.»
Fr. Alfio sottolinea come le missioni al popolo non siano solo un tempo di annuncio, ma anche di formazione per le comunità che accolgono: «Non basta organizzare una settimana intensa e poi tornare alla routine. La missione serve a cambiare lo sguardo, a rendere la parrocchia un luogo accogliente, dove chi arriva si senta a casa.
Mi aveva colpito la testimonianza di un uomo che per due anni andava a Messa in una nuova città e nessuno gli aveva mai chiesto il nome. Ecco, la missione serve anche a questo: accompagnare le comunità a diventare sempre più luoghi dove è possibile sperimentare relazioni accoglienti».
Nelle missioni, vengono formati anche coloro che daranno una mano all’annuncio: «Li chiamiamo “gli esploratori”, come nella Bibbia, coloro che entrano nella Terra Promessa e ne gustano i frutti». Questi volontari si mettono a disposizione per la missione non solo dal punto di vista logistico-organizzativo ma come compagni di viaggio, “scendendo” in strada con noi frati.
Cosa rende credibile oggi un missionario?
«Non è una questione di tecniche o strategie persuasive. La credibilità nasce dal bene che ci vogliamo, dalla trasparenza della vita. Quando una persona vede che io vivo in modo diverso, che so gioire o soffrire in modo umano ma pieno di speranza, allora nasce una domanda: “Che cosa ti dà questa pace?”. Non sono io il testimone, ma ciò che traspare dalla vita di chi ha incontrato Cristo».
Oggi fr. Alfio e fr. Nicola Taddeo Ciccone coordinano le missioni dal convento di Montesanto di Todi, con decine di frati, suore, giovani e laici che li affiancano di volta in volta: «Le prossime saranno nelle Marche, poi a Roma, nella parrocchia di Gregorio VII».

«Papa Francesco – riflette fr. Alfio – ha scosso un po’ gli schemi di molti. C’è chi dice che abbia allontanato alcuni “credenti”, ma in realtà ha avvicinato tanti che si sentivano lontani. Forse perché ha mostrato che anche chi è distante, a suo modo, porta dentro un seme di fede. Ha rotto un meccanismo diffuso: quello di pensare la fede come qualcosa che possiedo “a mia misura”. Invece la fede è un cammino che si fa insieme, sempre».
«Un’immagine che mi porto nel cuore dalle missioni è questa: la Chiesa non è un cancello da varcare, con chi è dentro e chi è fuori. Ma è una strada sulla quale possiamo trovarci in punti diversi, più avanti o più indietro, ma sempre sullo stesso cammino verso l’incontro con Gesù. È questo che ci unisce: il camminare insieme, non il giudicare dove si trova l’altro».
Un annuncio che nasce dall’incontro
La 99ª Giornata Missionaria Mondiale non celebra solo chi parte per terre lontane, ma anche chi, come i frati delle Missioni al Popolo, sceglie di camminare tra le strade della città, per le strade, accanto alle persone comuni. Perché – come ricorda fr. Alfio – «la fede non si impone, si propone. E si propone solo stando accanto, ascoltando, camminando insieme».
L’articolo Fr. Alfio: essere missionari è il compimento della vita cristiana proviene da Assisi OFM.